Feels good

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A differenza di tante altre volte non ho esultato troppo, però mi sono sentito bene.

La Gent-Wevelgem di ieri è difficile da raccontare a chi non l’ha vista. Vi basti sapere che l’unico momento piacevole i ciclisti, e non solo, l’hanno passato attraversando la Porte d’Aire, che un po’ fa ridere.

Dopo sei ore di bestemmie, bici, bici con ciclisti sopra che volano, a vincere è Luca Paolini, anni 38.

Io ero quello che quando c’era da fare un tema di massimo due facciate, ne faceva almeno quattro; quando c’era da presentare una lettera, un articolo di massimo duecento parole, non si scendeva mai sotto le quattrocento. Su Paolini probabilmente ci sarebbe da scrivere un libro, ma io non sono capace di scrivere.

Grazie ad un’intervista pubblicata da Rouleur provo a combattere la prolissità in un modo più o meno dignitoso. Scorrendo:

I like modern cycling, it’s more professional, but it’s also lacking a bit of humanity

Su lacking a bit of humanity mi sono fermato più volte.

Luca Paolini è quello che durante la corsa pensa a come può fare per far vincere un compagno.
Quello che per dominare una Gent-Wevelgem deve chiedere il permesso al capitano.
Quello che dopo duecentonovanta chilometri di una Monumento ti viene a prendere in coda al gruppo, ti porta davanti e ti lascia a duecento metri dalla linea d’arrivo.
Quello che non ha bisogno di controllare l’SRM per capire quando attaccare.
Etc.

Senza dimenticare il sostegno ad associazioni benefiche e la barba.

Ieri, domenica 29 marzo 2015, Paolini non era il più forte. Era però la dimostrazione che, tra tutti gli extraterrestri del ciclismo, un po’ di umanità esiste ancora.

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